Prologo – La Storia di Ishkur
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Era stata una giornata davvero torrida, riflettè Ishkur quando si ritrovò sulle mura della città sumera di Ukur ad osservare il calar del sole.
Aveva da poco aperto una locanda e, nonostante la sua giovane età, la sua curiosità ed il suo ingegno gli permettevano di trovare sempre nuovi modi per attirare a sé nuova clientela, creando bevande e cibi che unissero le persone attorno a lui. Sentiva che questo era il suo scopo nella vita: donare alla sua gente un sorriso ed un motivo per stare insieme.
Si era attardato più del solito, quella sera, e mentre costeggiava lungo il fiume sulla via di casa notò una figura anziana che lo osservava, seduto all’ombra di una palma.
«Giovane Ishkur», disse la voce roca del vecchio, avvicinandosi lentamente, «ho qualcosa per te.»
«Mi scusi» disse Ishkur con cautela «Ci conosciamo?».
«Oh, io ti conosco, giovane Ishkur» rispose l’uomo avvicinandosi «ma non è importante che tu conosca me». Gli porse un piccolo oggetto luminoso, avvolto in un panno logoro.
«Custodiscilo, Ishkur. Questo frammento appartiene a qualcosa di grande e potente. È la chiave per unire o distruggere ogni cosa sia mai stata creata.»
«Perché io?» balbettò Ishkur, colpito dalla lucentezza dorata della scheggia.
«Perché il tuo cuore è puro e la tua mente è aperta», rispose il viandante con un sorriso enigmatico. «Ma devi fare attenzione, perché non tutti desiderano usarlo per il bene. Custodiscilo per me. Un giorno saprai come usarlo.»
«Di cosa si tratta? E’… pesante» domandò Ishkur, soppesando attentamente il frammento.
Il vecchio sospirò profondamente e cominciò a narrare. «Molto tempo fa, i popoli della Terra parlavano una sola lingua e vivevano insieme in armonia. Costruirono una torre maestosa per unire il cielo e la terra, simbolo di quella fratellanza. Nel cuore della torre venne forgiato un amuleto, custode di ogni segreto, ogni sapore e ogni ricetta di una bevanda in grado di unire tutti gli uomini di tutte le epoche.»
Ishkur ascoltava affascinato mentre il vecchio proseguiva. «Ma la pace non durò. La superbia divise le persone, la torre crollò e l’amuleto si spezzò, così come il legame tra gli uomini. Ora tu possiedi uno di quei frammenti, Ishkur. I Maestri diedero mandato a pochi fidati Eredi di cercarne e custodirne i pezzi, per assolvere al progetto iniziale. Purtroppo, anche altri cercano i frammenti: i loro scopi tuttavia sono più oscuri.»
Ishkur, senza parole, osservava il frammento nelle sue mani.
«Come faccio a sapere come custodirlo? Come faccio a sapere cosa è giusto?»
Lo saprai, sibilò il vento, mentre del vecchio non c’era più traccia.
Ishkur si rigirava nelle coperte, il corpo madido di sudore e il sonno irrequieto tormentato da sogni confusi di torri che si sgretolavano e uomini che gridavano in lingue sconosciute. Un nome, sfuggente come fumo, gli si formava sulle labbra, frantumandosi prima di essere pronunciato.
Si destò di colpo, il respiro spezzato, il cuore martellante. La stanza era immersa nella penombra che anticipa alba. L’aria era troppo ferma, come in attesa. Ishkur si portò una mano al petto, dove il sudore si mischiava a una strana sensazione di gelo e, ancora scosso, si alzò per fare l’unica cosa che lo tranquillizzava davvero: accese il fuoco, raccolse degli ingredienti e iniziò ad inventare qualcosa di nuovo.
Mescolò cereali fermentati con acqua e spezie locali. Mentre lavorava, notò con stupore che il frammento vibrava leggermente, come se lo guidasse. E, in un sospiro, diede finalmente voce a quella parola che aveva invano rincorso per tutta la notte: Adria.
Nacque così la prima vera birra di Uruk, una bevanda dal sapore sorprendente che conquistò immediatamente chiunque la assaggiasse. Tutta la comunità era unita e concorde: venne servita ai pranzi di festa, venne bevuta per siglare alleanze, diventò persino merce di scambio e pagamento per gli agricoltori dell’insediamento vicino.
Questo successo però portò con sé delle ombre.
Un giorno, mentre stava preparando una nuova partita della sua birra, un uomo imponente, dagli occhi neri e duri come l’ossidiana, apparve sulla soglia della locanda.
«Dove l’hai nascosto?» sibilò l’uomo con voce tagliente.
Ishkur rabbrividì, intuendo subito di cosa si trattasse. «Non so di cosa tu stia parlando…»
«Non mentire», disse il gigante, avanzando minaccioso. «Quel frammento appartiene a me!»
Non si seppe più nulla di Ishkur, sparì nell’ombra, ma la leggenda narra che riuscì a fuggire. Nascose il frammento in un luogo segreto e, con il passare degli anni, tramandò il racconto della torre e dell’amuleto a pochi fidati prescelti, noti come gli Eredi.
Millenni dopo, sotto un sole rovente, l’archeologa Gaia Torres, inginocchiata nella polvere dell’antica Uruk, estrasse qualcosa che brillava appena, vicino ad alcune giare su cui lavoravano i suoi colleghi. Si tolse gli occhiali da sole. «Incredibile…» sussurrò Gaia, osservando il frammento. Mentre un brivido le percorse la schiena, capì immediatamente di aver trovato qualcosa di unico, forse leggendario.
Non sapeva ancora che quel ritrovamento avrebbe segnato l’inizio una nuova avventura. Seguendo le tracce lasciate dagli Eredi, Gaia avrebbe scoperto antiche storie e segreti, affrontato lunghi viaggi e compreso che qualcuno, molto vicino, la stava già osservando.
La ricerca era appena cominciata.